QUELLA CAGNOLINA DI CUI MAI SAPRO' IL
NOME.
Lei era in una gabbia, smunta e triste, con il musino
poggiato su una zampa,e da lì guardava vigile e timorosa le mie mosse.
Io non mi avvicinavo a lei.
Non potevo: avevo notato una scatola nera che aveva tutto l'aspetto d'una telecamera in
uno degli angoli della stanza.
Ed ero sicura che ce ne fossero altre, anche se non mi riusciva di vederle.
Continuavo a spolverare come niente fosse, mentre meditavo.
Cosa potevo fare?
Non potevo tirare fuori la macchina fotografica e cominciare a scattare...
Potevo soltanto annotarmi mentalmente ogni cosa avessi visto, ogni
nefandezza di cui fossi stata testimone.
D'improvviso si aprì la porta.
Buongiorno, dissi, e guardai in faccia il carnefice, presumevo, del quale soltanto i
crimini fino a quel momento avevo visto.
Cagnolini storpi all'inverosimile, un coniglio con occhi bruciati da chissà quale
porcheria, topolini implumi con strane escrescenze piene di pus sull'addome e sulla coda,
queste ed altre mostruosità vivevano un inferno quotidiano del quale quell'uomo, quel
bastardo, era l'artefice.
Cristo maledica i medici, ogni volta in cui mettono la propria scienza a disposizione
della barbarie.
Cristo maledica tutti quei 'benintenzionati' che danno denaro alla ricerca scientifica:
sono loro, a tenere in piedi questo mostruoso massacro insensato.
Buongiorno, disse lui.
Con un sorriso quale avreste dovuto vedere, schietto e aperto come più non saprei dire.
Lo vidi, voltatami la schiena, avvicinarsi alla gabbiola in cui stavano i topolini.
Uno, me ne accorsi solo in quel momento, stava a pancia in sù, e muoveva piano una
zampina.
Non ci voleva un genuio per capire che stesse soffrendo, e mi augurai che morisse presto:
solo così la sua povera martoriata esistenza avrebbe potuto conoscere una qualche pace.
Mi ricordai per tempo della telecamera e finsi di aver notato, solo in quel momento, dello
sporco nel carrello degli strumenti. Sollevai un attrezzo del quale ignoravo l'uso, e mi
misi a pulirlo, attenta a ciò che faceva lui.
Vidi che stava per voltarsi: fui così veloce da lasciar cadere lo strumento per potermi
piegare senza che la telecamera registrasse come stranezza il mio improvviso disinteresse
alle azioni del dottore.
"Signorina" disse, ed io mi sentii tremare "ha per caso dato da mangiare al
cane, o agli altri animali?"
"No" dissi, mentre sentivo il cuore pulsarmi così forte da farmi temere potesse
vedersi da sopra il grembiule, "non mi permetterei mai di interferire nel suo lavoro,
signore".
"No?" disse lui. "Noo? Ma a me sembra che, almeno il cane, anzi la cagna,
abbia mangiato eccome..." Sentii le guance ardermi come se fossi sotto un sole
cocente.
"Lei può dubitare delle mie parole, signore. Ma non può offendermi." dissi con
voce ferma.
"Ma vede, signorina, io posso prendere la cagna ed aprirle lo stomaco in questo
stesso istante... Così, senza alcun dubbio, sapremo se abbia mangiato oppure no, ed anche
che cosa..."
Ormai non pensavo più a me. Capivo che il guaio più grosso l'avrebbe vissuto lei e
tentai disperatamente di salvarla:
"Ed il suo esperimento, dottore?" "Ah-ah." sorrise. "Si preoccupa
del mio esperimento? Davvero? Ma lei sa che, anche in questo preciso istante, ci sarà
qualcuno che acquista una pianta, o commemora un collega di lavoro morto, contribuendo
proprio a queste ricerche, o a quelle dei miei colleghi? Sappia che i fondi stanziati, per
questa mia ricerca, sono più che sufficenti a permettermi di correre il rischio di far
morire questa cagna, aprendole il petto anche adesso, in due minuti, e le altre già
ammalate come niente fosse, e di ricominciare da capo...Vede signorina, io temo che lei
sia una di quelle tante piccole stupide che vengono assunte qui, per le pulizie o per
svolgere altre mansioni, e che finiscono con l'affezionarsi al nostro materiale vivente.
Perchè se così fosse, signorina, sappia che debba licenziarla... Non posso permettere
che lei o altre, mosse da chissà quali motivazioni sentimentali, manomettiate, sia pur
involontariamente, l'esito dei miei esperimenti."
"Non è necessario", dissi. " Mi licenzio io.Anche se non ho dato da
mangiare a nessuno."
E proprio in quel momento guardai nella gabbia in cui lei stava, e vidi che stava
fissandomi...
Ed anche oggi, questo oggi in cui scrivo, gli occhi mi si riempiono di lacrime ed il cuore
di pena, a pensare che lei, e centinaia e centinaia d'altre come lei, incolpevoli tutte,
stiano anche in questo istante soffrendo per la libertà concessa dalle nostre leggi a
questi medici, e dal silenzio colpevole dei molti giornalisti che potrebbero parlarne, ed
invece tacciono, complici di questi assassini dimentichi d'ogni pietà...
SOLA |